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Diego Matheuz: Šostakovič Sinfonia n. 10

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Diego Matheuz direttore

    Dmitrij Šostakovič (1906-1975)
    Sinfonia n. 10 in mi minore op. 93 (1953)
    Moderato
    Allegro
    Allegretto - Largo - Più mosso
    Andante – Allegro

    La sinfonia del disgelo
    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Nel 1945, le critiche rivolte alla Nona sinfonia erano state fatali per Šostakovič. La Lega dei Compositori si era espressa con termini impietosi: “musica del tutto inadatta a riflettere il vero spirito del popolo boscevico”. Tornava a farsi sentire lo spettro del formalismo, la terribile etichetta inflitta ai compositori che non si attenevano alle direttive del Partito. Šostakovič, a partire dal 1936, l’anno in cui il regime aveva censurato la sua Lady Macbeth del distretto di Mzensk, era riuscito a trovare un faticoso equilibro tra spinte creative e doverosa adesione ai desiderata del potere dominante. Dopo le critiche rivolte alla Quarta sinfonia, si era deciso a scrivere un’opera dai tratti sicuramente più convenzionali, come la Quinta. Nel 1942, con la Settima sinfonia “di Leningrado”, era riuscito a divenire addirittura il cantore della strenua resistenza sovietica di fronte all’avanzata del nazismo. Ma ora, alle soglie dei quarant’anni, era giunto il momento di dire basta: “se le mie sinfonie non piacciono - pensò Šostakovič - vorrà dire che non ne scriverò più”. Non era il gesto violento di un dissidente; ma un modo rumorosamente silenzioso per chiudersi in se stesso.
    Poi, nel 1953, l’evento epocale. Stalin, il 5 marzo, moriva a Mosca, dopo aver guidato il popolo socialista per più di trent’anni. La Russia voltava pagina. Il formalismo stava per crollare sotto i colpi di una rinnovata coscienza artistica. Šostakovič finalmente poteva liberare quella creatività che aveva duramente represso per otto, lunghissimi, anni; e nel giro di pochi mesi completò la sua Decima sinfonia, tornando a presentarsi all’attenzione del grande pubblico la sera del 17 dicembre, presso la Filarmonica di Leningrado con la direzione di Evgenij Mravinskij. I giorni che precedettero l’esecuzione furono densi di accesi dibattiti: ma come, il dittatore era ancora fresco di sepoltura, e già si celebravano i compositori che non si erano allineati alle direttive estetiche del regime! Ma nel caloroso applauso del pubblico, si colse subito quanto il lungo silenzio sinfonico di Šostakovič fosse pesato sulla cultura russa di metà Novecento.
    La Decima sinfonia non era solo la partitura che avrebbe segnato il disgelo dei rapporti tra potere e arte. Šostakovič vi mise dentro tutto il risentimento represso per decenni: ed è condivisibile l’opinione di quei commentatori che vedono nel lavoro una fiera contrapposizione fra artista e tiranno. Lo stesso Maksim Šostakovič ricordò il pensiero del padre a proposito del secondo movimento: realizzare un ritratto della ferocia inquietante del dittatore. E non bisogna nemmeno trascurare il fatto che la partitura riveli la costante presenza della figurazione re-mib-do-si, alter ego melodico, secondo la notazione tedesca, della sigla D. SCH; quasi come se Šostakovič, insistendo sulle sue iniziali, volesse rivendicare per la prima volta la paternità assoluta di una partitura finalmente libera da ingerenze esterne. Il “disperato deserto”, per usare le parole di Franco Pulcini, su cui si apre la sinfonia, sembra il ritratto di un’epoca: il risveglio di chi si rialza a fatica da una notte tetra di incubi angoscianti. I contrabbassi si immobilizzano continuamente su lunghe note tenute, che ci ricordano come dietro la gioia di oggi continuino a nascondersi i dolori di ieri. Tutto il materiale presentato dà l’impressione di non riuscire a scrollarsi di dosso un torpore accumulato da tempo: nei  pesanti pizzicati degli archi si avvertono echi di danze allucinate incapaci di trovare un accompagnamento regolare. Solo in corrispondenza della sezione centrale il ricordo del passato prende forma in tutta la sua inquietante violenza; giusto un istante prima che la scrittura torni al dormiveglia iniziale, con le sonorità peste di chi ha ancora negli occhi le angosce di un incubo spaventoso. Per elaborare il lutto ci vuole il meccanismo tachicardico del successivo Scherzo (Allegro), con i suoi lampeggianti giochi a incastri tra le varie sezioni strumentali: specchio fedele di un vitalismo diabolico nel quale Šostakovič poteva finalmente permettersi di vedere pubblicamente Stalin. Il passaggio dall’antagonista al protagonista è segnato dal movimento successivo: un Allegretto tutto aggrovigliato attorno al tema D.SCH, nel quale l’autore schizza in tempo di valzer l’autoritratto di un uomo mite, ma nello stesso tempo capace di emozioni infuocate. Il conflitto tra i due protagonisti prende forma nell’Allegro finale, quando il materiale ‘staliniano’ dello Scherzo si contrappone al motto di Šostakovič. Il messaggio è inequivocabile, cosi come è inequivocabile l’esito dello scontro: nel trionfante vitalismo conclusivo si avverte il sogno finalmente tangibile di un’era in cui le parti saranno invertite.

    Anatomia di un successo

    Il consenso suscitato dalla prima esecuzione della Decima sinfonia di Šostakovič provocò un lungo dibattito in seno alla Lega dei Compositori Sovietici. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 1954 si tennero frenetiche discussioni nella sede del consiglio più temuto dai compositori dell’era staliniana. Era tardi, tuttavia, per rispolverare le vecchie forbici della censura: l’ultimo lavoro di Šostakovič stava macinando consensi a Londra, Parigi, Lipsia, New York e Tokyo. Nessuno, in giro per il mondo, si voleva perdere il congedo musicale nei confronti di un’epoca indigesta per molti. Per Šostakovič era l’inizio di una nuova vita artistica, con tante scuse da parte del potere dominante, che ora si affrettava a sommergerlo di onori: proprio nel 1953 giunse dal regime sovietico il riconoscimento di “Artista del popolo”; mentre il 1954 fu l’anno dell’Ordine di Lenin.

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