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Cosimo De Lorenzo

Nasce nel 1972 a Melito di Porto Salvo, paese in Provincia di Reggio Calabria. Diciassettenne, spinto dalla voglia di costruirsi un radioso futuro, decide di arruolarsi in Marina. Le cose però non si mettono troppo bene: dopo soli tre mesi, Cosimo sente la lontananza della famiglia e di tutte quelle comodità cui, essendo figlio unico, è abituato. Indeciso sul da farsi, spera in un incoraggiamento da parte del padre che lo inciti ad affrontare la vita militare e tagliare una volta e per tutte il cordone ombelicale che li tiene ancora troppo uniti. Ma, purtroppo per Cosimo, suo padre non aspetta altro che rivedere il figlio a casa. Il giovane, così, sfiduciato e pieno di rimorsi nei confronti dei genitori, decide di lasciare la Marina. All’età di 20 anni si trasferisce insieme al papà a Roma, e quello stesso genitore che tre anni prima lo aveva deluso, non incoraggiandolo ad affrontare le avversità, ora lo metteva di nuovo a dura prova: dopo una carriera da lavoratore onesto, il signor De Lorenzo decide di dedicarsi, coinvolgendo anche il figlio, in varie truffe.

Cosimo
agli inizi non è d’accordo a partecipare, ma il troppo amore che nutre nei confronti del padre e la prospettiva di un guadagno facile, lo convincono a entrare in questa losca attività: è l’inizio del baratro! Padre e figlio vengono prima arrestati e poi processati. Il papà è dichiarato colpevole, ma muore prima di essere arrestato; a Cosimo, invece, dopo vari processi viene inflitta una condanna a 6 anni di carcere. Dal 2010 è a Rebibbia. Riesce ad affrontare la vita del carcere grazie all’amore della sua famiglia – Cosimo ha una moglie e due figli, una femmina e un maschio. In carcere ha ripreso gli studi, si è iscritto alla facoltà di giurisprudenza e sostiene con regolarità gli esami. Per Cosimo il messaggio che può essere evidenziato dalla sua storia è quello che  bisogna pensare con la propria testa e non farsi trasportare dagli altri.    

ALCUNE DOMANDE A COSIMO DI LORENZO

Le truffe, tuo padre…cosa provi per tuo padre dopo quello che è successo?

Sembrerebbe il figlio che sta pagando le colpe dei genitori, è anche vero, se vogliamo vederle le cose così, ma, io primo non riesco a odiare mio padre e secondo sì è vero da una parte sto pagando gli errori di mio padre, però dall’altra sto pagando anche i miei. I miei sono stati errori che ha fatto nel seguirlo, errori di leggerezza, e poi nel perseguire quello stile di vita. È sbagliato.

Ma fondamentalmente il problema è che non ti sei mai ribellato a tuo padre?
Io non ho mai avuto la forza di staccarmi da mio padre. Anche i poliziotti, i carabinieri mi dicevano: “Cosimo staccati!”… ma in questo processo… a un certo punto il giudice domanda a uno dei truffati: “Ma a lei i documenti falsi chi gliel’ha dati?” “Il padre!”, “Ma lei i soldi a chi l’ha consegnati, al padre o al figlio?” “Al padre!”… mi vien da ridere…

Ma tuo padre ti ha reso consapevole di quello che stava succedendo?
Sì, mi ha reso consapevole, però io dicevo sempre: “Papà falla finita! Non mi piace questa cosa”, “Ma no, non ti preoccupare, rispondo io, tu non c’entri niente”, e intanto…

In realtà tu potresti trasmettere due valori al ragazzo, che poi viene a trovarti. Il primo è legato a quello che stai scontando, cioè cosa è il carcere, che tipo di privazione può dare…

Beh, la privazione è della libertà, si dice che la vita è fatta di legami, e i legami sono la disciplina dell’anima. Cioè, tutto succede dalle persone con le quali ci leghiamo, e io mi reputo fortunato perché il carcere cerca di privarti di tutto, cerca di privarti degli affetti, cerca di privarti delle cose basilari… non è solo la privazione di libertà in se stessa, è la privazione di affetti, è quella che fa più male, e il carcere, se a un essere umano si fa fare questo in carcere, è un essere umano che ha perso. Mi spiego meglio…

Intendi dire l’aver coinvolto anche gli affetti?

Perché è una sofferenza non solo per me, ma per la mia famiglia. La privazione della libertà, non è in se stessa l’uscire, l’andare a lavorare… la privazione della libertà è non potere avere il legame con la famiglia. Allora io mi devo ricordare per un solo motivo, che è importantissimo, che non è di seconda fascia o da scartare, ricordati che non c’è persona più imprigionata al mondo di chi è da solo. Non esiste! Una persona che è sola, che non ha contatti, che non ha legami, in carcere non ha il supporto  della famiglia, il supporto di qualche persona che gli vuole bene, è molto più imprigionata di me. E una persona che non ha dialogo…

Quindi si può essere imprigionati anche fuori?

Anche! Il carcere m’ha fatto capire queste cose. Dal carcere io non mi sono fatto coinvolgere negativamente, questa è l’intersecazione principale, è qui che tante persone si perdono. Perché se dal carcere ti fai coinvolgere negativamente, hai perso! Ha perso la società, ha perso la magistratura, ha perso l’istituzione, ha perso la persona.

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