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Le castagne

Bigazzi: io mangio italiano

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    Ingredienti:

    Procedimento:
    Fino a 20/30 anni fa, secondo i luoghi, i castagneti erano molto curati. Prima della raccolta, venivano “chiusi” e puliti, in modo che quando si battevano o cadevano, i ricci si potessero raccogliere con facilità. I ricci venivano ammucchiati e dopo qualche giorno si estraevano marroni e castagne che provengono da due diversi cultivar della Castanea Sativa Miller. Nel riccio ci sono fino a sette castagne o fino a tre marroni, che sono più grandi di forma trapezioidale.  I marroni dopo 7 giorni di “purgo” sono destinati al consumo fresco e alla pasticceria; le castagne andavano nei “tecci” (piccole costruzioni di pietra a secco, tetto di tegole o paglia e ripiani che partivano da circa 1,50 m. da terra) per l’essiccazione.  Sui ripiani venivano sistemate le castagne e sotto ad essi venivano accesi dei piccoli fuochi di foglie e rametti di castagno, che andavano avanti per giorni ed essiccavano i frutti. Poi, con strumenti manuali o meccanici,  si toglieva la scorza esterna, e con spazzole ruvide o coltellini molto appuntiti venivano pulite della pellicina interna, che, se non eliminata del tutto, rendeva la farina amara. Poi si passava alla macinazione a pietra: fatta la farina, questa veniva conservata  in contenitori cilindrici di legno di castagno, i bigonci, e lì durava fino al nuovo raccolto. La “farina dolce” era, per la gente di montagna e di alta collina, un integratore importante dell’alimentazione; serve per pane, polenta, pasta, castagnaccio…..Ci tengo a dire che questa farina, come nutrienti, nulla ha da invidiare alla farina di grano “vera”, ossia quella con il germe. Purtroppo la fuga dall’alta collina e dalla montagna e il fatto che le castagne non sono più indispensabili, ha causato l’abbandono della cura dei castagneti. A questo aggiungiamo la presenza dell’ignobile vespa cinese che ogni anno crea sempre maggiori danni, che si combatte solo con un altro insetto, cosa che richiede molto tempo; il cosiddetto “progresso” di cui abbiamo  goduto è un grande nemico dell’aria pura, della terra pulita e dei boschi sani. Progresso e industrializzazione sono nemici della natura che si difende poi da sola, entro certi limiti, oltre i quali si ha il disastro. Come dico da più di 20 anni per un paese come l’Italia l’agricoltura del futuro è l’agricoltura del passato: poca chimica, poca industrializzazione, rotazione delle colture, sementi naturali nati quando la terra era un bene che doveva durare. Pericolosi anche i grandi allevamenti di decine di migliaia di suini e bovini, altamente inquinanti e grandi consumatori di acqua.