De Rita: "Dopo 50 anni non riconosco più il Paese"

Per Giuseppe De Rita, fondartore del CENSIS, il 50mo rapporto annuale “sulla situazione sociale” dell’Italia, pubblicato lo scorso dicembre, è stato anche l’ultimo. Mezzo secolo di indagini sociali, la cui stella polare è stata l’autocoscienza collettiva da contrapporre agli ideologismi, il “lavorare sul resto”, su ciò che non trovava spazio nell’agenda politico-mediatica del momento (e così si scoprirono il sommerso, i localismi, la piccola impresa), il privilegiare la continuità agli approcci “nuovisti”, che ritenevano inutile attardarsi a leggere una realtà in cambiamento….

“Chi fa un discorso di continuità per 50 anni non può che essere molto orgoglioso, anche della sua tenuta psicofisica”, dice De Rita, “ma oggi ho il sospetto, la paura, che la continuità non paghi. Come faccio a parlare di autocoscienza collettiva davanti a una realtà che non ha più voglia di essere razionale e che avverte sé stessa attraverso canoni non razionali, che ha per sua bandiera la negatività, il contrasto, il rifiuto di tutto quanto dice l’altro? In una società in cui si è perso anche il gusto della bella scrittura e del discorso continuato, non frammentario e non volgare? La parola autocoscienza è legata alla razionalità. Ma  se la coscienza di  me stesso io non la voglio più vedere, se preferisco estraniarmi, che so?  farmi in giro in auto a 180 all’ora o ascoltare le canzoni di Bello-Figo, quale discorso razionale può reggere ancora? Come si fa a raccontare questa realtà? E’ un problema anche di linguaggio, che ci allontana sempre di più gli uni dagli altri. Il vaffa, che lo dica il politico il comune cittadino superato in auto da un motociclista spericolato, aumenta le distanze. E a una società in cui va di moda il vaffa, che autocoscienza puoi dare? Quanto ai social network, nemmeno loro aiutano a formare una coscienza collettiva: sono solipsismi individuali o di gruppo”.

E’ un’analisi disperante, eppure, presentando a dicembre il suo ultimo rapporto Censis lei aveva usato toni più rassicuranti. In riferimento alla crisi economica aveva parlato di un corpo sociale che regge bene.
“Negli anni della crisi il corpo sociale ha riscoperto un suo equilibrio di fondo, un suo aspetto tradizionale, quello che è definito lo scheletro contadino del nostro Paese. Non pauperismo ma sobrietà. La società è arbitra sé stessa (proprio come il contadino, che fa tutto per conto suo, non delega nulla), e scegli perciò di consumate di meno e risparmiare di più. Qualcuno però la crisi la sta pagando […]. I giovani. In una società in cui tutto si gioca al presente, in cui il corpo sociale regge ma non guarda al futuro, risparmia ma non investe, i giovani sono marginalizzati. Il meccanismo che si è attivato con la crisi è un combinato di familismo e risparmio. Le famiglie hanno potuto permettere al ragazzo senza lavoro di continuare a vivere perché sono altamente patrimonializzate. Il figlio erediterà la casa dove oggi vive con i genitori, ma anche l’appartamento delle zie e quello dei nonni. Dovrà pagarci l’Imu, è vero, ma disporrà comunque di un patrimonio da mettere a reddito. Ecco che del casale contadino si fa un agriturismo, del terreno che non rendeva niente si fa un vigneto, dell’appartamento in centro si fa un bed and breakfast… Il giovane non ha voglia di investire come suo nonno o suo padre, vuole mettere a reddito il patrimonio di cui dispone. Correndo però il rischio, naturalmente, di fare l’affittacamere a vita”.

 

Quale orizzonte vede?
“Potremo trasformarci in una società rentier, seduta sulla rendita. Una prospettiva orribile, dal mio punto di vista. Oppure ci sarà un assestamento più profondo, uno scossone, grazie al quale questa enorme massa di risparmio in continua crescita (depositi in conti bancari o postali, polizze, risparmio cash tenuto sotto il materasso o in biglietti da 500 nelle cassette di sicurezza) troverà una sbocco e disegnerà una società diversa. Ma non illudiamoci. Non si tornerà ai fiammeggianti anni del sommerso e della piccola impresa…[…]

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